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I mercati emergenti tornano protagonisti

I mercati emergenti tornano protagonisti

L’Intelligenza Artificiale (AI), la resilienza del commercio e un dollaro più debole riportano l’attenzione sui Paesi che trainano la crescita globale. Da anni le economie emergenti non apparivano così promettenti.

Date per finite e poi riscoperte, le economie in ascesa hanno una lunga storia di recuperi attraverso i cicli di mercato. Ancora una volta stanno tornando protagoniste, e la fase “bull” rialzista potrebbe essere solo all’inizio. Inoltre, il contesto attuale sembra più solido di un semplice rimbalzo temporaneo. Secondo il FMI, le economie emergenti sono cresciute più rapidamente di quelle avanzate ogni anno in questo secolo. E alla fine del 2025, il differenziale di crescita ha raggiunto i 2,6 punti percentuali, il livello più alto dell’ultimo decennio. In parole semplici: quando i mercati emergenti crescono più velocemente dei Paesi sviluppati, i capitali tendono ad affluire verso di loro.

A nostro avviso, sono tre i grandi cambiamenti strutturali che spiegano questo fenomeno.

1. I mercati emergenti alimentano il boom tecnologico dell’AI

Se il commercio è la spina dorsale dei mercati emergenti, l’intelligenza artificiale è il grande tema del nostro tempo. Dazi, restrizioni commerciali e timori di una possibile bolla dell’AI possono aver creato nervosismo tra gli investitori, ma alcuni mercati asiatici si sono nel frattempo posizionati silenziosamente al centro dell’ecosistema AI.

Se chiedete a qualcuno quali aziende associa all’AI, probabilmente citerà subito i grandi colossi tecnologici statunitensi, i cosiddetti Magnificent Seven. Ma queste società dipendono da una rete complessa di produttori di chip, aziende specializzate nel packaging avanzato e fornitori di hardware. Una rete ancorata in Asia.

I giganti tecnologici USA potranno certamente ottenere profitti significativi dall’AI, ma anche i produttori hardware di Paesi come Corea del Sud e Taiwan ne beneficeranno. E non finisce qui poiché questi produttori dipendono da metalli industriali e minerali estratti, come rame, litio e terre rare, esportati in gran parte da altri Paesi emergenti. Il solo Cile fornisce oltre un quarto della produzione mondiale di rame, e la crescita dei data center legati all’AI sta facendo aumentare la domanda.

Con l’espansione degli investimenti nell’AI, i mercati emergenti che producono energia e materie prime critiche acquisiscono maggiore potere negoziale e più certezza sui volumi. Questo si traduce in maggiori ricavi da esportazione e in un miglioramento delle ragioni di scambio. I poli asiatici dell’hardware acquistano materie prime dall’America Latina, dall’Africa e da altre aree dell’Asia, favorendo così il commercio tra mercati emergenti e riducendo la dipendenza da singole rotte commerciali.

Più che un gruppo di aziende tecnologiche americane, l’AI è quindi una super-rete globale fatta di hardware, software e infrastrutture, che spinge al rialzo i prezzi delle materie prime e genera effetti positivi sui mercati emergenti, sia a livello macroeconomico sia microeconomico. Per i Paesi esportatori di materie prime, prezzi più elevati stanno rafforzando i conti pubblici e gli equilibri esterni. E, soprattutto in ottica di lungo periodo, questo rialzo delle materie prime non è solo il risultato di un dollaro più debole o di un miglioramento della propensione al rischio, ma nasce da una domanda reale legata alla trasformazione dell’economia globale.

Il boom infrastrutturale cinese che per anni ha dominato i mercati emergenti è stato ormai superato dalla domanda di energia e AI. Stiamo osservando valute più forti, riserve valutarie in aumento e, in alcuni casi, un passaggio verso politiche monetarie più accomodanti più rapido del previsto, creando un contesto più favorevole per le imprese. Grazie al loro ruolo sia come fornitori di risorse critiche sia come snodi essenziali della manifattura, i mercati emergenti potrebbero restare al centro di questa nuova era tecnologica per molti anni.

2. La resilienza del commercio

Anche il commercio nei mercati emergenti sta mostrando una notevole capacità di resilienza. Nonostante dazi e restrizioni commerciali, molte economie emergenti hanno continuato a sostenere volumi di scambio solidi. E la domanda arriva da più direzioni. Gli investimenti globali nell’AI favoriscono i produttori taiwanesi di semiconduttori, mentre l’India rafforza il proprio ruolo manifatturiero.

La necessità di una produzione distribuita su più nodi sta ampliando la filiera dei semiconduttori e dell’elettronica, mentre le rotte commerciali per energia e metalli si sono spostate verso produttori dei mercati emergenti. Gli indicatori ad alta frequenza,  (dati in tempo reale che aiutano a monitorare l’attività economica) mostrano che gli ordini all’export e i volumi doganali si sono stabilizzati lungo importanti rotte commerciali, nonostante le spedizioni dirette verso l’Occidente si siano indebolite.

Paesi di tutto il mondo stanno acquistando energia e metalli dai mercati emergenti, mentre contratti più flessibili hanno attenuato l’impatto di dazi e sanzioni. I volumi commerciali restano quindi stabili, anche se le spedizioni verso ovest traballano. Questo significa che i mercati emergenti possono esportare più prodotti essenziali verso un numero maggiore di Paesi, rafforzando così il proprio potere di prezzo. E questo, a sua volta, sostiene gli equilibri esterni e può contribuire al rafforzamento delle valute locali.

3. Un dollaro statunitense più debole

Un dollaro forte è stato per anni un ostacolo strutturale per i mercati emergenti. Aumenta infatti il costo del debito denominato in dollari, indebolisce le valute emergenti e riduce i rendimenti per gli investitori. È stato così per gran parte degli ultimi quindici anni. Ma dall’inizio del 2025 il dollaro ha iniziato a indebolirsi progressivamente. E quando la banconota verde perde forza, tende a verificarsi l’effetto opposto: il peso del debito si riduce, i prezzi delle commodity salgono e le banche centrali dei mercati emergenti ottengono maggiore flessibilità nella politica monetaria.

Gli Stati Uniti restano il mercato dei capitali più profondo al mondo, ma i suoi vantaggi strutturali iniziano a scricchiolare, in quanto la volatilità delle politiche continua a pesare sulla valuta. Storicamente, fasi di ampi deficit gemelli negli USA hanno spesso coinciso con politiche di indebolimento del dollaro volte a correggere tali squilibri.

Questi cambiamenti hanno un impatto enorme sui flussi di capitale globali. Anche modesti spostamenti di capitali da asset statunitensi molto costosi verso mercati emergenti sottovalutati possono generare rendimenti significativi. E i capitali che escono dagli Stati Uniti devono trovare una nuova destinazione, spesso proprio nelle economie emergenti a maggiore crescita.

Nel 2025, circa un terzo dei circa 33 miliardi di dollari investiti in asset statunitensi da investitori esteri proveniva dai mercati emergenti. Nonostante questo, gli investitori globali restano ancora sottopesati sui mercati emergenti. Tuttavia, uno spostamento dagli asset USA, una crescita dei mercati emergenti resiliente e un dollaro più debole stanno iniziando a invertire questa tendenza.

Un dollaro più debole rafforza ulteriormente questo movimento. Primo, tende a migliorare le condizioni di liquidità globali, perché costi di copertura più bassi e minori tensioni sul raccoglimento di fondi in dollari rendono più facile per aziende e governi emergenti raccogliere capitale. Secondo, un dollaro più morbido coincide spesso con una maggiore propensione globale al rischio, favorendo flussi verso azioni e obbligazioni di regioni con prospettive di crescita superiori. Insieme, questi fattori rafforzano i tre pilastri fondamentali: premio di crescita rispetto ai mercati sviluppati, quadri di politica economica credibili e condizioni finanziarie globali favorevoli. Tutto ciò lascia i mercati emergenti ben posizionati per continuare a crescere.

Il caso delle obbligazioni societarie in valuta forte

Dal punto di vista di un gestore attivo, la tesi a favore delle obbligazioni societarie dei mercati emergenti denominate in valuta forte raramente è apparsa così convincente.

L’attuale contesto macroeconomico — un dollaro USA più debole, inflazione globale in moderazione e crescita stabile nei mercati emergenti — si combina con le caratteristiche specifiche di questa asset class, creando un punto d’ingresso favorevole per gli investitori.

Oggi le società dei mercati emergenti rappresentano un universo ampio e diversificato, con un valore complessivo di circa 2.600 miliardi di dollari (Figura 1): 1,5 volte in più rispetto ai titoli sovrani emergenti in valuta forte (1.800 miliardi) e al mercato high yield statunitense (1.400 miliardi), e sempre più comparabile al mercato investment grade in euro (3.600 miliardi).

Con esposizione a 70 Paesi e una composizione settoriale simile a quella dei mercati sviluppati, la varietà delle opportunità è aumentata in modo significativo.

È importante sottolineare che oggi la maggior parte della base di investitori è domestica — il 53% è detenuto da investitori locali dei mercati emergenti — e questo tende a rendere il mercato più stabile e meno volatile. Di conseguenza, le obbligazioni corporate emergenti hanno offerto i migliori rendimenti corretti per il rischio rispetto ai titoli sovrani emergenti, ai mercati locali o alle azioni dei mercati emergenti.

Figura 1: Una asset class di dimensioni significative e con rating medio investment grade1
 


Fonte 1: JP Morgan, dicembre 2025.


Fondamentali solidi rafforzano ulteriormente la tesi per allocare capitale ora.

I bilanci delle società dei mercati emergenti restano più sani di quelli di molte aziende dei mercati sviluppati. Come mostra la Figura 2, la leva finanziaria dell’investment grade emergente è inferiore a meno della metà di quella delle società investment grade statunitensi ed europee, mentre la leva dell’high yield emergente (2,6x) resta comunque sotto quella dell’high yield USA (3,5x) e di quello europeo (4,7x).

Questi miglioramenti si sono tradotti in un secondo anno consecutivo di upgrade netti del merito creditizio e in tassi di default tornati intorno al 3%, in linea con l’high yield dei mercati sviluppati.

Anche i fattori tecnici sono favorevoli: nel 2026 l’emissione netta dovrebbe restare negativa per il quinto anno consecutivo, poiché ammortamenti, cedole e buyback continueranno a superare la nuova offerta. Questo ha creato una scarsità favorevole proprio mentre gli afflussi verso i fondi obbligazionari in valuta forte stanno aumentando.
 

Figura 2: I fondamentali delle società emergenti restano più forti rispetto ai concorrenti globali2


Fonte: JP Morgan a febbraio 2026. Nota: escludendo al 100% quasi-sovrani, finanziari, immobiliari e società in default. Il 2022 esclude inoltre le aziende russe. JP Morgan crea propri indici per monitorare la dimensione degli strumenti finanziari basandosi su dati interni.


Le valutazioni rendono l’investimento ancora più interessante, facendo apparire le obbligazioni societarie emergenti particolarmente attraenti in questa fase.

Se corretti per fondamentali più solidi, gli spread restano ancora ampi rispetto ai concorrenti globali, riaccendendo l’interesse degli investitori crossover in cerca di rendimento senza assumere rischi significativamente maggiori. Con offerta in calo, fondamentali in miglioramento e capitali globali che si allontanano dai costosi mercati del credito statunitense, le società emergenti sono ben posizionate per sovraperformare. Se a questo si aggiunge un dollaro più debole, si crea un’opportunità rara in cui fattori ciclici favorevoli e miglioramenti strutturali si rafforzano a vicenda. Per gli investitori alla ricerca di reddito stabile e di un profilo rischio-rendimento equilibrato, questo potrebbe essere il momento giusto per aumentare l’esposizione alle obbligazioni societarie dei mercati emergenti.
 

Figura 3: Compensazione dello spread rispetto al rischio3
 

SPREAD PER RATING: REGIONI MERCATI EMERGENTI E CREDITO STATUNITENSE

Spread per unità di leva: Mercati Emergenti vs Stati Uniti


Fonte: JP Morgan, Insight e Bank of America al 28 febbraio 2026. JP Morgan e Bank of America creano i propri per monitorare le dimensioni degli strumenti finanziari sulla base di dati interni.

Figura 4: Le società di mercati emergenti hanno storicamente offerto rendimenti interessanti corretti per il rischio4
 

Rendimento e volatilità storici dal 2009

Drawdown massimo dal 2009


Fonte: JP Morgan, Bloomberg e Insight al 28 febbraio 2026. Risultati giornalieri dal 2009. EM Sovereigns = JPMorgan EMBI Global Diversified Index USD non coperto, EM Local Currency = JPMorgan GBI-EM Global Diversified Index USD non coperto, EM Corporates IG = JPMorgan Corporate Emerging Market Bond Index (CEMBI) Broad Diversified Investment Grade, EM Corporate HY = JPMorgan Corporate Emerging Market Bond Index High Yield, EM Equity = MSCI Emerging Markets Index, S&P500 = S&P 500 Index,  US Treasury = Bloomberg Global Aggregate Treasury Total Return Index USD unhedged.



3181200 Scadenza: 19 Settembre 2026

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